.
Annunci online

controaliseo [il blog di Ugo Centi]
Cerca

Feed

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte

Il sito che si sta visitando utilizza cookies, anche di terze parti, per tracciare alcune preferenze dei visitatori e per migliorare la visualizzazione.

Clicca qui per leggere l'informativa

e qui per l'informativa del gestore

 

Avviso al lettore: questo blog non è una testata giornalistica. Scrive solo ciò che vuole l'autore, cioè io. Esso è solo il portavoce delle mie opinioni. Il che non è poco, dal mio punto di vista, naturalmente!

Il presente blog utilizza i cookies per migliorare la tua esperienza di navigazione. Navigando comunque nel sito di Letterando acconsenti al loro uso; clicca su esci se non interessato.Fai clic per saperne di piùEsci
Individuazione delle modalità semplificate per l’informativa e... - Garante Privacy Garante per la protezione dei dati personali - Italian Data Protection Authority DPA garanteprivacy.it

28 giugno 2015
CULTURA
Quell'estate del 1971!

Aveva giocato tutto il pomeriggio spensierato quel bambino. La sera si partiva per il mare. Era il 28 giugno 1971. Verso le 18, ecco la potente Giulia 1600 del papà, con quei fari gialli supplementari che la facevan sembrare da rally! Pan pan, due colpi di clacson al cancello. Il bagagliaio già carico. Ma alla mamma non piacevano le curve delle “Capannelle”, specie se pioveva; e quella sera d’estate era piovosa: meglio passare da Pescara.

E così via lungo la piana dei Navelli: strada stretta e dritta come una riga nel verde. Con ogni tanto una tabella di pietra con la scritta bianca in fondo blu: “Abruzzo aquilano”. Il tergicristallo della Giulia batteva regolare controvento. Al bambino piaceva quel tac tac delle gocce sulla carrozzeria: gli dava un senso di protezione. L’aria era allegra sull’auto.

Ecco Bussi. Le gole. Lo stabilimento della Montecatini che allora non si conosceva dei veleni. Scafa, le ciminiere del cementificio, i tetti grigi lavati dalla pioggia. La Tiburtina, che a Manoppello incontrava l’autostrada in costruzione. Il casello della “Brecciarola”, quasi in acquaplaning sull’asfalto. Uscita obbligatoria, Montesilvano - Città S.Angelo: il resto ancora non aperto al traffico. Di lì sull’Adriatica, piena di camion, di tir. Silvi, Pineto, la variante di Pineto: la Giulia sorpassa veloce: il motore doppio albero in testa dà una spinta dolce ma decisa. Poi il “Borsacchio”, che allora non sapevo si chiamasse così. E quindi Giulianova, meta di quelle vacanze 1971.

Una famiglia ci aveva affittato una camera con cucina. Il marito della signora aveva un negozio di pasta all’uovo in centro. Ci aspettavano. Era sera ormai. Che era Giulianova in quegli anni! Il baretto all’angolo del corso centrale; il lungomare sud asfaltato solo al centro, con il ghiaietto sul lato monte; il molo stretto e più corto d’ora, pieno di reti da pesca in fase di ricucitura; la campagna: c’era la campagna allora a Giulianova! L’ombrellone si portava da casa. Non c’erano a sud del molo sud, stabilimenti balneari. Il caldo di Luglio scioglieva il bitume della strada. Le auto la domenica si infilavano a pettine sulla sabbia. Con le ruote di dietro delle 500 che pattinavano per riuscire!

Lo ricordo come fosse ora. Che mondo! Non ne ho nostalgia. Ma ho pensato di raccontare questa storia non solo perché rappresenta un pezzo di mé, ma forse perché è l’emblema di un'altra Italia, un altro Abruzzo, un altro mare. Non lo so, magari un “come eravamo”; come andavamo al mare; come s’intendeva, anche socialmente, la vacanza!




permalink | inviato da controaliseo il 28/6/2015 alle 9:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 giugno 2015
CULTURA
Il mondo dell’irrigazione!

Il vecchio non ancora vecchio (allora alle soglie dei sessanta si era vecchi) era chino sulla sua zappa. A petto nudo nello splendido orto verdeggiante di fresco la mattina del 10 giugno, festa di S.Massimo, patrono della città. “Vuoi venire con me a fare la guardia quest’estate?”

“Ingengné aspetta, fammi finire di riare (irrigare n.d.t.). Poi ci facciamo un bicchiere e ne parliamo”

L’ingegnere, che poi era geometra (ma allora nelle campagne suonava male dire “geo!”) aveva il compito di assicurare l’irrigazione dei campi dell’arsa valle estiva. Dove la poca acqua del fiume non bastava per tutti. Si dovevano “mettere i turni” per l’irrigazione: prima un campo poi l’altro. Se ti “fregavano” l’acqua, nel senso che qualcuno faceva il furbo e la sera “ti sturava l’abbotto” (lo sbarramento nel canale per creare il rigurgito sul prato a lato) passavi il turno e l’orto si seccava.

Così ci volevano “le guardie”, vale a dire i “guardiani dell’acqua”, a volte guardie giurate vere e proprie con tesserino rilasciato dal Prefetto, che potevano anche “fare le contravvenzioni” a chi non si atteneva “al manifesto” delle colture irrigue. E “l’ingegnere”, che dalla campagna veniva e conosceva bene, le “guardie” le sceglieva tra i contadini migliori, perché potessero capire quelli con cui avevano a che fare. Stava ben attento a che una volta “messo il cappello in testa”, non se la montassero la testa e si mettessero a fare i gradassi con coloro cui fino ad allora erano andati “alla cantina” (il bar dei paeselli) insieme.

Quello con l’orto pulito e verdeggiante era uno di questi: onesto, bravo, ma non fesso. “se provavi a fregarlo” con l’irrigazione ti sgamava. Così, appena “riato”, prese posto nel sedile anteriore di quella Renault sportiva guidata a mo’ di jeep per le strade polverose dei campi. “Ecco, vedi la situazione dei canali quest’anno? Quello non è stato ripulito; quell’altro ha ceduto nella sponda “sotto caprino”; l’altro là, guarda, non lo caricare troppo….”. L’ingegnere conosceva il territorio palmo a palmo: se c’era un buco nel canale “terziario” dietro le “svolte” lo sapeva.

Dal sedile posteriore di quella Renault rombante sulle buche e pattinante sui prati un bambino osservava la scena. Non aveva paura, quel bambino che pur temeva financo i cani, delle bisce d’acqua che scivolavano sull’argine, infittito a selva, quasi ad ogni passo dell’ingegnere e della guardia. Non aveva avuto mai paura delle bisce. Ne avrebbe viste tante quella ed altre estate di moltissimi anni fa di bisce. Era uno spaccato di un mondo: il mondo dell’irrigazione! Che non si sa se per male o per bene non esiste più. Come tante altre cose




permalink | inviato da controaliseo il 13/6/2015 alle 11:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 gennaio 2015
CULTURA
La Befana del '68

La mattina del 6 gennaio il trattorino di plastica rossa con tanto di rimorchietto era lì, in cucina. Lo aveva portato la Befana. Per la sorpresa di un bambino di cinque anni appena sveglio. In realtà la Befana era particolare. La sera prima, il 5 gennaio, il babbo di quel bambino era stato a Pescara, con degli amici. A piazza Salotto c’era la… Befana. E lui aveva adocchiato quel trattorino. Ce n’erano due ed il venditore teneva sul prezzo. Finché al secondo giro della Piazza ne era rimasto uno solo. Riuscì a trattare una cifra accessibile, grazie allo sconto da “ultimo esemplare”.

Caricarono il trattorino nel cofano della Giulia verde chiaro con il cambio al volante e ripartirono. A Bussi, allora si passava affianco alla Montendison, i primi fiocchi bianchi. Presto il volante passò al più esperto dei tre amici, cioè mio padre. Era una macchina “ballerina” la Giulia, sulla neve. Con trazione posteriore e gran potenza scaricata alle ruote. Occorreva tutta la sensibilità sul pedale dell’acceleratore per tenerla in strada sulla piana dei Navelli, dove la bufera spazzava la neve da un lato a quello opposto della strada.

Così arrivarono dopo ore, nel pieno della notte in via Strinella, dove mia mamma aspettava preoccupata, essendo allora la casa senza telefono, e non esistendo né telefonini, né smartphone, né, per noi, neanche l’apparecchio fisso.

Ricordo come fosse ora quel trattorino a pedali! Era all’avanguardia per i tempi. Dopo un bel giretto in casa, scendemmo nel cortiletto del palazzo, dove una spessa coltre bianca ghiacciata caduta nella notte aveva “foderato” la pavimentazione di cemento. Era un piacere far slittare la ruota anteriore, innestata con l’asse ai pedali, e di plastica lisca per di più. Mio padre spingeva dietro e passammo felici l’intera mattinata a divertirci sulla neve.

Poi il trattorino fu trasferito nella residenza dei nonni, al campo sportivo, ed andò avanti per anni, preferibilmente senza rimorchio, per renderlo più sportivo. Fino a che venne regalato ad un cugino più piccolo. Tra l’altro quel bambino di cinque anni già sapeva che la Befana non esisteva, avendoglielo presto rivelato proprio il babbo, che di suo lo aveva scoperto materialmente da piccolissimo appostandosi di nascosto sotto il tavolo della casa di paese di nascosto della nonna, che quando scese a mezzanotte per lasciare la calza, a momenti ci restava secca non potendo immaginare che quel bambino era così grande da aver scoperto chi era la… Befana!

Era così il babbo. Non amava ingannare, mai. La Befana e Babbo Natale non esistevano. E lo disse subito al suo bambino, che a dir il vero non si scompose più di tanto della novità. Credo corresse il ‘68. Tra poco sarebbe scoppiato il Maggio francese. Il mondo cambiava passo. Ma questo il trattorino rosso non lo sapeva.




permalink | inviato da controaliseo il 5/1/2015 alle 18:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 dicembre 2014
CULTURA
Un torrone sfavillante irranggiungibile
"Ho trovato”, disse il più intraprendente del gruppo. “Ho il temperino. Voi fatemi circolo, ed io buco”. Ogni volta che uscivano dal cinema, alla fine dell’ultima replica, si trovavano davanti quella vetrina. Stava proprio sotto il Grande Albergo, speculare all’uscita del cinema: piena di torroni “Sperlari” bell’esposti. Loro del paesello potevano mangiarlo solo il giorno di Natale il torrone. Ma non “Sperlari”: gli toccava a mala pena un torrone di “carracini”, fatto con i fichi secchi, ed incartato con i riccioli colorati.

I ricchi, i “figli di papà”, quelli di città, invece, avevano il torrone vero. “Bene”, si dissero, “qualche notte ce lo soffiamo, anche per farli fessi, per fargli vedere chi siamo noi di paese!”. Detto fatto, a quell’ora non girava nessuno. Verso le 11 di sera, col freddo che passava la giacca e non il cappotto – inesistente o rifiutato per non apparire come “loro”, come quelli di città che non reggono il gelo – fecero finta di guardare la vetrina. Il più lesto tra loro si accovacciò tirando fuori dalla tasca una lama che anche il più stupido dei ladri avrebbe reputato buona solo come tagliacarte!

Così con loro stupore il piano sembrò subito andar di traverso. Il vetro era tanto spesso che quel coltellino nemmeno lo graffiava. Altro che piccolo foro grande giusto per infilar la mano e sgusciar fuori il torrone! L’unica cosa che stava sgusciando era il tempo. E con esso il rischio che venissero scoperti. Avevano sottovalutato, infatti, molti particolari. In primis il fatto che non erano ladri. Tanto che qualcuno dall’interno, prima del previsto, se ne accorse: “I ladri, i ladri…”

Il gruppo svanì di colpo. Ognuno si dileguò per proprio conto. Saltando nel buio i bordi delle aiuole della Villa lì vicino. Perdendosi nel buoi tra gli alberi. Qualcuno tagliò per la campagna. Altri nemmeno si accorsero dove erano passati. Uno saltò persino giù dalle vecchie mura cittadine! Tutti, però, evitarono la strada principale. Cosicché quando, dopo qualche decina di minuti, battendo ogni record dell’atletica leggera, si ritrovarono al paesello, per prima cosa si contarono: erano tutti, nessuno li aveva rincorsi, visto tra l’altro che non erano riusciti non solo a rubare, ma nemmeno a dar la certezza agli altri che non stessero davvero guardando innocentemente la vetrina.

Non ci provarono più. Ma ne fecero altre di marachelle. Di tutti i colori. Un po’ perché erano giovani. Poc’altro per rivalsa sociale, molto forte in loro. Fosse capitato al giorno d’oggi, gli sarebbe andata assai più storta. Li avrebbero bollati come ragazzacci e gettati ai margini della società. Magari le avrebbero anche manganellati, se fossero capitati a tiro. Ma erano gli anni ’50 del Novecento. E quei ragazzacci di paese, pieni di ideali socialisti e belle speranze, divennero presto tutti brillanti professionisti e buoni padri di famiglia. In alcuni di loro, però, rimase impressa quella radice di equità che non li faceva mai eccedere. Capivano dove era il limite, dove dovevano fermarsi, perché non scordavano mai le origini. E mantenevano la voglia di riscatto, di giustizia ed equità, che quella società, pur lottando, permetteva.

Quei ragazzi alla fine il torrone l’ebbero. Perché poterono permettersi di comperarlo. E regalarlo, anche. Ora non più. Ora è ingiustizia e basta. Ora non puoi lottare, perché sai che il torrone, se non sei ricco o ladro vero, non l’avrai e basta. Ora dall’ingiustizia non c’è riscatto. Lieve tratto certo.



permalink | inviato da controaliseo il 16/12/2014 alle 18:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
9 dicembre 2014
CULTURA
Quando andare a Roma era un viaggio d'avventura

La corriera Vasto-Roma passava sotto il suo paesello all’una di notte. Anche con la neve. Ci potevi rimettere l’orologio. Però non fermava all’ombra del lampione a forma di padella rivoltata, dalla fioca luce giallognola, al bivio con la Statale. No, il bus con meccanica del camion 34 della Fiat, quasi un autocarro con i sedili, faceva sosta tre chilometri più avanti, davanti al bar Scataglini sotto i portici, che restava aperto tutta la notte.

Lui aveva intorno ai vent’anni. E andava a Roma. A cercar lavoro, forse fortuna, magari avventura. Se ne partiva poco dopo la mezzanotte dal paesello. Tre chilometri a piedi in pieno buio. Poi, un pò prima del curvone di Porta Napoli, tagliava tra le piante, per una accorciatoia. Sbucava prima della Porta, dove cominciavano le luci, con la caserma dei vigili del fuoco sulla sinistra a salire.

Tutti i bus facevano tappa da “Scataglini”. Per anni. Fino a che la motorizzazione di massa e l’autostrada cambiarono i capolinea. Fino ad allora, dal corso principale i bus svoltavano per la ripida e stretta discesa di via Roma. Sette ore di viaggio per coprire 140 chilometri. Con sette passaggi a livello. Il primo a Sassa, alla fine del celebre rettilineo. Il secondo a Sella di Corno, in piena montagna, qualche chilometro prima del tratto in cui la bufera ammucchiava tutta la neve sulla curva “della casetta”. Poi ben tre passaggi a livello ad Antrodoco, uno dietro l’altro. Uno ancora a Rieti e l’ultimo a Passo Corese, una trentina di chilometri da Roma.

Strada tutta curve e controcurve. Si saliva per Cittaducale, non c’era ancora la variante. A Rieti altra storica tappa in centro, sempre davanti un bar aperto la notte. Un caffè, un bisogno fisiologico e poi ecco la salita “Fiacchini” della Salaria, culminante in una curva a gomito ove la corriera “toccava sotto”, nel senso che era così irta che il tubo di scarico sfiorava l’asfalto.

Quindi, all’alba, la splendida Roma di allora. Quella del ponentino. Presa da nord, costeggiando Villa Ada, attraversando gli archi di Porta Pinciana, giù per via Veneto che nessuno del paesello, in quei pieni anni ’50, supponeva essere la via della “Dolce vita”. Si sapeva che ci bazzicavano le attrici e che c’era l’ambasciata americana. La guerra era appena finita, infatti, e gli americani evocavano la “ricchezza”. Di lì, in pratica, si era a “Piazza Esedra”, da dove parte via Nazionale, capolinea di ogni corsa dall’Abruzzo. Altro bar storico: il “Caffè Piccarozzi”: per la colazione delle otto. Sotto la piazza, i bagni pubblici, dove qualcuno faceva anche la doccia. Sugli scalini della piazza gli operai abruzzesi, in attesa dei “caporali” di allora, per andare a giornata nell’edilizia.

“Sò arrivati i palombacci”, chiamavano i romani quegli abruzzesi. Poi Roma cambiò. Il Paese divenne altro. Con le “Giulia 1600” Alfa Romeo alla fine degli anni ’60, L’Aquila-Roma si faceva in due ore e un quarto, le curve prese a 120 all’ora facendo “fischiare” le gomme sulla strada e collezionando multe da 3 mila lire conciliate a volo tra Antrodoco e Rieti. Ma quella era già l’Italia del boom. Un’Italia da sogno.

Qualche sera, passeggiando sul lungomare di Roseto, fa ho incontrato un vecchio autista di bus. Faceva “la linea” Giulianova – Pescara – L’Aquila – Roma. “Quante volte ci fermavano – mi ha detto – a mettere le catene sotto quella Porta (Napoli). Andavamo sempre con due autisti, ci davamo il cambio al volante. Quando nevicava guidavo io, che venivo dalla marina, motorista sulle navi. Ero bravo a “sentire” il motore: lo tenevo al minimo, con un filo di gas, senza mai frenare o accelerare. Provavamo a salire senza catene, Ma dopo il curvone di Porta Napoli la corriera cominciava a mettersi di traverso. Non c’era verso! Ti dovevi fermare e mettere le catene. Che freddo! Il ghiaccio tra le dita! Era una odissea! Però arrivavamo sempre. Non ci arrestavamo mai. Non era come oggi, che chiudono le strade con due fiocchi!”.

L’ho ascoltato. Quegli autisti erano degli “artisti” del volante! E mi ha fatto tornare in mente questa storiella che mi raccontava mio padre. Era lui, il ventenne che andava a Roma la notte.




permalink | inviato da controaliseo il 9/12/2014 alle 12:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 dicembre 2014
CULTURA
C’era una volta una vecchia Topolino
Appena svoltava in via della Strina, il geometra allentava il rubinetto di scarico del radiatore della vecchia Topolino. Così mentre l’auto s’inerpicava lentamente per la salita di Montecuccoli, l’acqua scolava via per strada ed il motore non ci rimaneva spaccato di ghiaccio nelle gelate notti dell’inverno 1962. Costoso veniva infatti allora l’antigelo, e lui preferiva rimediare così.

 

Poi la mattina Anny scaldava l’acqua con il gas della cucina. E giù a riempir di nuovo le bielle, non prima di aver versata un pochino sulla serratura della portiera lato guida, ovviamente bloccata dal gelo. Ed una mattina che non ne voleva sapere d’aprirsi, quella serratura, gli venne l’idea di pisciarci su: funzionò alla grandissima.

 

Niente riscaldamento, o meglio, solo una stufa a legna di tipo “economico”. Così al Natale del 1962, con un bimbo piccolissimo, ecco i nonni materni venire a piedi dalla città: “ma che fate qui su in mezzo ai lupi, scendetevene da noi, poi quando squaglia (la neve, nd.r.) ve ne tornate”

 

Mi si dice che m’abbia fatto da “culla” quella Topolino. “Non dormivi mai, quand’eri piccolo”, racconta mia madre. “Così la sera, per farti addormentare, ti dovevamo mettere sulla Topolino e fare il giro dei paesi. Appena babbo metteva in moto cadevi in un sonno di sasso. Ma non facevamo in tempo a rientrare che già eri sveglio come un grillo”.

 

Così quando una Maserati parcheggiò lì fuori, ed un signore con la valigetta 24 ore in mano bussò all’uscio, non sapevano che la fortuna stava bussando alla loro semplice porta. Ma era una fortuna… particolare! “Gli altri li pago dopo. A te li dò prima, so che non ti fidi: sono due milioni”: e spalancò il coperchio con il mazzettone ben arrotolato.

 

A quei tempi, il Geometra prendeva 70 mila lire al mese. Pagava il fitto di casa e tutto l’altro. Con due milioni compravi un appartamento. Ti sistemavi per la vita. Ma lui gettò appena uno sguardo al malloppo. E siccome era un idealista: un giovane socialista: una persona venuta dall’onestà della campagna, non ci pensò due volte. “Senti – rispose – noi ci conosciamo, siamo andati spesso a pranzo insieme e si può dire che siamo amici, ma adesso se non richiudi quel coso chiamo i carabinieri e ti denuncio. Anzi, avverto l’agente di custodia che abita qui di fronte e ti faccio arrestare seduta stante”. L’altra metà della casetta, infatti, era data in fitto ad un agente penitenziario e la sua famiglia, con i quali si erano intrecciati rapporti di buon vicinato.

 

Passò qualche anno. Il Geometra continuava a lavorare sodo. L’imprenditore a protestare con lo Stato. Intanto i lavori erano stati di fatto sospesi. Si andò in causa. “Le riserve”, ovvero i danni, che quella impresa lamentava dall’Ente da cui dipendeva il Geometra, non furono riconosciute, perché fu accolta la tesi del Geometra che essi erano insussistenti. Ed anzi era colpa dell’impresa e non dello Stato per quella condotta dei lavori. Il grande imprenditore ci rimise sette milioni di lire di allora.

 

Nonostante questo, l’Imprenditore restò amico per anni ed anni con il sor Geometra. Si rividero tanto tempo dopo a Roma, dove aveva aperto una grande intrapresa. Era circondato da bellissime hostess-segretarie, in un centralissimo ufficio di un palazzo prestigioso. Ed il Sor Geometra vi fu sempre ricevuto con tutti gli onori. Eppure di quella sua onestà il Geometra si pentì sempre: “Che stupido sono stato: l’avessi presi mi ero sistemato. Così non ho fatto niente”.

 
Era così: iroso sempre, maligno mai. Non ha lasciato grandi fortune. E tutte le volte che gli capitava mi diceva: “Non fare come me, non serve a niente”. Ma siccome i figli fan sempre il contrario di quel che vogliono i padri, io non ho fatto mai come lui: ho fatto peggio. E per di più con la perfetta consapevolezza che essere onesti non serve a niente. Sarà per quello, che mi piace esserlo.

 

Lo ha ripetuto per tutta la vita: “Non ho fatto niente”, ma mai niente accettò pur avendone avute tante altre occasioni nella sua combattuta carriera. Anzi, raccolse solo guai: e spese; e inimicizie politiche che dovevano poi riverberarsi anche sugli eredi. Ma non cambiò mai. Reagì sempre con veemenza; senza guardare in faccia nessuno; potenti o meno che fossero. Seguitando sempre a dire: “Mi ricapitasse oggi non rifarei l’errore di rifiutarli!”. Però gli ricapitava e lo rifaceva, “l’errore”.

Il giovane Geometra espose le sue “deduzioni avverse alle riserve”, anche al Consiglio dei Grandi Lavoroni di Roma. E benché lì gli Ingegneroni tutti erano inclini a compiacere l’imprenditore, e non tanto era facile l’opera di convincimento, quel “ragazzo” neanche laureato, ma tanto determinato, riuscì a spuntarla anche lì!

Il grande imprenditore ci rimase secco. Un attimo senza fiato. Guardò intorno i modesti, ma dignitosi arredi della “sala” da pranzo, linda ed ordinata: “Non mi è mai successo Sor Geometra”, altro non riuscì a pronunciare mentre richiudeva la valigetta”. “Non mi è mai capitato”, continuava incredulo anche nel mettere in moto il potente bolide che tanto stonava parcheggiato dietro a quella vecchia Topolino.

E già, ci vorrebbe un libro intero per raccontare come si poteva stare stretti in quella macchinina. Le mille trovate e le cure per trasformare una vita giovane in un affaccio di benessere, seppur relativo. Era l’epoca che a quarant’anni la fortuna era fatta, in un modo o nell’altro. Ma loro ne avevano meno di trenta, di anni.

E difatti così si fece. Tutti stretti nella vecchia Topolino che in discesa appena riusciva a sfangare la neve per arrivare in città. Dove si rimase più d’un mese, visto che la coltre bianca quell’anno non la smetteva mai di accumularsi. Ma una notte il Geometra volle tornare a casa. Da solo. Finì per dormire con la stufa accesa al posto del comodino. E per fortuna ch’era elettrica, altrimenti ci rimetteva la pelle. Non ci provò più fino al febbraio.

Si erano appena sposati in quel lontano anno di pre-boom 1962. Ed erano andati ad abitare in una casetta ad un piano a Montecuccoli. Non si chiamava così il luogo: era il nome che gli aveva dato lui. Quel colle allora campagna piena ed oggi irriconoscibile accampamento palazzinaro.



permalink | inviato da controaliseo il 7/12/2014 alle 11:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
  




IL CANNOCCHIALE